Sono storie di questi anni, STORIE di resistenza.

Resistenza alle razzie dei Pochi d’ogni spazio di esistenza e riflessione comune,
alle continue privazioni ed allo sfacelo degli insuccessi umani.

Resistenza ai canti di sirena del malaffare:
dalle rassicuranti nenie ipnotiche ai ritornelli accattivanti;
dai travolgenti ritmi di pistole e manganelli al suono atono dei tanti isolamenti.

Resistenza, ancora, alle pastoie di un presente sempre fine a se stesso e mai pago,
svuotato di qualsiasi ulteriore significato.

Ed infine, resistenza all’odio che non è pratico né poetico
e porta solo ad un tragico epilogo.
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PIANI SENZA PROGETTO: quando voglio/posso, mi posiziono davanti al pannello e semplicemente cerco di forzarne l’ingresso.


AstratTO n.1, 2010 cm 24×33, penna su carta

Qualche tempo fa, un mio caro amico, anch’egli pittore, realizzò un disegno in cui appariva una giovane studente di pittura dell’Accademia nell’atto di contemplare la propria tela. trovai molto interessante quest’opera, oltre che per lo stile e la maestria, soprattutto per l’inquadratura scelta. della ragazza vediamo il volto e il suo sguardo fisso sul quadro, del quadro invece solo il retro. oltre il quadro, verso di noi, poi, vediamo ancora l’aria, la polvere, i giochi di ombra e luce, il solito spazio. lo sguardo di lei appare come semplicemente interrotto da un pezzetto di tela posto a poca distanza dal corpo, ma anche fisso su un qualcosa che a noi è precluso, rapito da uno spazio illusorio, perso in profondità. tuttavia questa mia lettura dell’opera non corrispondeva minimamente al significato che invece aveva voluto infondervi l’autore. lui nel suo lavoro dal vero aveva potuto vivere quei momenti, quella situazione e da essa aveva tratto un forte senso di disagio per la condizione di crisi in cui gli era sembrato versasse il soggetto rappresentato a causa della personale incapacità a svolgere sensatamente quella specifica attività.  questa la sensazione che il mio amico avrebbe voluto comunicare anche a me ma che io non colsi affatto, riversando in quella figura, probabilmente, un mio racconto personale. Ripenso a quel momento perché più che mai quell’immagine ancora mi rappresenta per come l’avevo percepita, per come intatta si è conservata nella mia memoria. 

Achille e la Tartaruga 2002



Siamo in ottobre. Sono circa dieci minuti, 15,che procedo verso casa in bicicletta e questo procedere lento eppure fatto di guizzi, fatica certo, e cambi repentini di marcia mi pare possa funzionare come strategia per la vita in generale. La mia è una città che non conosce alture di sorta ed è il luogo ideale per pedalare leggeri, magari in tandem, con la donna che ami e tuo figlio nel cestello, tra prati in fiore e profumati carretti di frutta seguendo il dolce ondeggiare e… “uè, tr’mò! Ci Stà a ddurm?”…apostrofato in malo modo dal venditore d’ananàs, perché gli impedivo il passaggio tra le auto al semaforo,riapro gli occhi al mondo e riscopro il consueto inferno fatto di milioni di auto che, in modo convulso e frenetico, procedono strombazzando e spernacchiando fumi neri nell’aria (quella stessa che dovrebbe ossigenare i miei stanchi muscoli tesi). Giunto quasi a destinazione scorgo, dall’angolo di casa, qualcuno da evitare venirmi incontro, e, con abile manovra, lo evito. Fingo un inseguimento e non giro, solo che il finto inseguito è…Emanuele. Scapolo, quarantenne, ancora a casa coi suoi, iscritto a non so quale Facoltà, è l’unico dell’intero meridione, forse, a pranzare dalle 12 alla mezza. Fino alle quattro, poi, è lui il vero pericolo in strada: non sa che fare e adora chiacchierare. Vede che lo seguo, non crede ai suoi occhi, li sgrana, sbanda che quasi mi prende, sorride in modo sguaiato (credo sia il solo capace a farlo), mi ferma: “Aiuto!”. Io ho un difetto. Non riesco a dire di NO, a divincolarmi. Preferisco abbandonare me stesso, lasciarmi trascinare nel gorgo degli eventi. Sono ora come un terzo che osserva la scena del mio supplizio. Mentre un po’ tutti riposano già, solo si disperde rauco nell’etere dolce del primissimo pomeriggio, il racconto dell’ultimo capolavoro giapponese in onda sulle nostre reti: il cartoon dragonball che, come l’ascia al collo del condannato, Emanuele mi propina. Stavolta, però, l’arma del martirio si rivela motivo di grazia. Tra poco (Emanuele si spiace, si scusa ma deve proprio scappare) inizia il nuovo episodio. E poi, mi assicura, “lo vedonotutti!”. Tra tutti, i miei fratelli di 10 (e ci può anche stare) e ventiquattro anni (!?!). E così il pasto di quest’oggi è condito da grida atroci, spasimi e tonfi fragorosi provenienti dal televisore. Grazie ad Emanuele (Grazie Emanuele!) oltre quei brandelli di corpi dilaniati mi tocca scorgere i brani laceri di un banale canovaccio: esseri terrestri ed extraterrestri, i primi buoni, gli altri cattivi, tutti dotati di poteri speciali, si contendono, in una lotta corpo a corpo e senza tregua, il dominio del pianeta. In questi duelli sembra riecheggino antichi miti privi, però, di intenti cosmogonici o alcun significato metaforico. Ben più visibile è invece il riflesso di recenti mode edoniste e vuote. Tuttavia, la deformazione dei corpi rappresentati, la loro abnormità ed ipertrofia sono testimonianza della tendenza innata a immaginarsi in una scala più alta, tanto grande da permettere all’uomo di affrontare l’assurdo e l’ignoto.

Poco rumore oggi basta a destarmi dal sonno leggero cui mi ero affidato per sfuggire alle ansie del quotidiano. Non riesco a rendermi conto quanto tempo sia passato e se abbia o no sognato. In quell’istante che esiste tra il sonno e la veglia, però, mi sembra di avere seguito la figura d’un guerriero antico muovere verso un prossimo sole, verso l’orizzonte che chiude la strada; il sole e lui impossibilitati a tornare perché sospesi in quadri dove irrespirabile è l’aria.
Ricordo, ancora oggi vivo, il fascino che, in terza liceo, esercitò su di me, per l’arguzia, Zenone di Elea con i suoi paradossi. Circa dieci anni dopo vedo muoversi, nitidi sul fondo sfocato del dormiveglia, i suoi personaggi appesi come pupi al soffitto della mia stanza; vedo Achille agitarsi scomposto e isolato nello spazio dorato mentre la Tartaruga pervade, con moto quieto, il poco spazio che la circonda e il suo guscio m’appare come un occhio al tempo stesso aperto e chiuso.

Mestiere antico



la mia prima tela è stato un muro, di casa abbandonata, ferrovia o statale, la mia prima pittura era di bomboletta. Poi, dopo un lungo periodo passato in aula/studio, conseguito l'attestato, anzichè inseguire il circuito dei circoli, ho ripreso la strada ammaliato dal richiamo della folla disomogenea e multiforme dove ogni incontro è possibile, dove è bello esibirsi, mettersi alla prova, ascoltare schiette, semplici parole senza perifrasi ed offrirsi come mezzo, figura anonima, maschera.
Questa sarà la decima stagione in cui praticherò l'antico mestiere di madonnaro, in cui vi starò tra i piedi, di intralcio al vostro cercare compulsivamente con lo sguardo oggetti, corpi da desiderare acquistare, possedere. La mia tela sarà il selciato e i miei colori spariranno presto. E forse qualcuno (difficile sia adulto) qualcuno che non abbia ancora dipinto in volto a tinte vivide il terrore, si troverà a godere delle forme prima che scolorino, senza nostalgia, senza mediare o rimandare con un clic.

BIANCA



..........è la mia pelle
di sale, acqua e pietre
che nutre erba,
terra dove erutta
e zampilla il miele.



Pur nella sua insostenibile
m'ammaliante vacuità,
irrinunciabile (e
insostituibile ancor più)
sempre e cmq risulta.

EQUA AZIONE



Se TU sta a ME come IO sta a TE,
allora, IO è uguale a TU per TE diviso ME.

Punta in elle e gira perchè,

a contenere i nostri raggi,
una sola, stanotte,
non basta,
anche piena, fulgida e piena,
non basta!

Ancora


.
Non mi riesce l'appello e
lo schedario è
una parete sorda
che cela l'arcano.
.
I fonemi (del tuo nome
e cognome)
si sono dissolti
nelle dolci e mute note che
colano calde a formare il ricordo
di linguali notturni
ripetuti invano.
.
Restano, dentro
il tenue riflesso di un sogno,
i morsi per
l'ulteriore proposta non colta,
vizio d'inerzia
e assurda fantesca superbia.

Vago,



divago e forsefuggo per evitare di essere causa o schivare l'effetto.
E ancora...in cerca di un vecchio trucco che sciolga il bandolo.
Durerà questo fuoco che non avvampa ma scalda (e nel gelo salva).

Al mattino,

quando ancora prima di essere desti, un pulsare rapido afferra la gola (e non ti spieghi perchè), s'alza sovrano il desiderio d'essere, allora, solo una corda che vibra o che suoni l'alzata.
Intanto, mentre lo specchio restituisce i suoi occhi, come una busta che voli, s'annida tra i rovi, e rivive in un nuovo finale.

.
I fili che legano le nostre esperienze, alghe lunghe che abitano 'sto mare, quando si esplicitano, quando per caso o a causa di, te li ritrovi tra le dita, destano sempre una sensazione di dolce stupore, quasi che esista qualcosa che unisce le parti al di là delle nostre intenzioni o dei nostri ridicoli esercizi.

TUUUUUUUUUUU

Dove sarai?
Tuuuuuuuuu
Perché non rispondi?
Tuuuuuu.
La mia cornetta è levata ancora, perché
TU
Mente elevata
Più
Non ricordi e dici:
“si è perso il numero”.

Ricordo
Cinquecentomila, o forse più,
anni fa.
Fu allora che
l’orso rivelò me
E a chiari numeri come
Collegarsi,
ricollegarsi.
Da allora
La mia cornetta levata
Ripete e
Asseconda i secondi,
muove
l’identico fiume
di Eraclito e Borges.

Ed ho un sospetto oggi:
fu l’animale a imbrogliare
desiderando imbrigliare
questo nuovo essere
che, chiaro,
animale non era?
(niente orso, niente ricorso)


… il numero…
…forse
era 2 o 3 o 1.
Che? Sei?

Non ricordo.
Ricordo 500000
anni, tutti.

E intanto irrequieto,
perché lo sono,
è vero,
irrequieto
mi trasformo
e trasformo te,
tu.

T è un’ascia tagliente come il suo suono,
descrive del trilite il nodo,
è un tipo che si è vestito di un cappello a falda larga
ed ora passeggia bello, vanitoso.

U è una lama che si lamenta (ma di piacere)
È una culla in attesa
che desidera solo
un ombrello che
la ripari dal sole.

È troppo il sole.

E T e U più sole non sono:
T lesto
su lei posa il cappello,
U mesta oscilla
per ringraziare.

TRASFORMO TU E



SIAMO LA STESSA COSA.

Nulla riempie davvero,

nemmeno l'oltredose
calata rapida al cuore
che irrori ogni cosa
come acqua
senza risacca.
Meglio rassegnarsi
ad essere mezzi.

MUTAZIONI. Ovvero i primi effetti del dopo "totovoto"



Hei, capitano! Ma questa è...
Navighiamo in un mare di...!
E cos'è quel coso? Quell'essere strano?? Capitano, aiuto!

Capitanooooooooooooooooooooooooooooooo...
(...le cose, e non certo per caso)

Il verde quest'oggi

è tanto più alto
che chi va a quattro zampe
si perde.
Così, per stanchezza o per
desiderio d'un contatto totale,
tra lunghi fili d'ombra,
ho lasciato la mia impronta
d'un tono più chiaro.

Sarebbe sbagliato confondere


dell'ispirazione, la fonte figurale
con quanto ne consegue:
tenue bagliore di verità,
sempre acerbo frutto
(non solo suo ma
dell'incessante lavorio) .
Colui/lei che ha fornito lo spunto, infatti,
inevitabilmente, deluderà; mentre,
quel qualcosa resta e sedimenta.
-
E se, invece, si trattasse di un'impressione
di un momento (per debolezza,
superficialità)?
se così fosse, la confusione non sarebbe errore,
si offrirebbe, anzi, come chiave (la sola)
di accesso all'altro.

INTERNI DI INTERNI




All’inverno è vento netto che tira.


Dal portonuovo sale
il sordo clang-clang,
ma d’alberi e cavi.

È finto il pascolo
di chi oscilla solo.

LA RENA



Come turbine vento
lavora d’uncino
l’orlo (urlo) del mare,
verde spuma che
saprà un tardo sole
ornar di diamanti
che poi,
col buio poggeranno,
promesse mantenute,
al fondo.

L’ONDA



La vita
è febbre dell’anima
che trasale
alla vita.

Turbinoso il mare, il vento ( chi
dei due? )
sala l’aria che
schiumando sale
adesso.